Che blog è questo?

Questo è un blog dedicato al Viaggio.

Al senso – intuito, cercato, realizzato; oppure mancato, evitato, negato – che il Viaggio porta o non porta con sé. Che ne siamo consapevoli o no, che lo riconosciamo o no.
Non aspettatevi un sito pieno di consigli sugli itinerari migliori, sulle curiosità gastronomiche dei luoghi, sugli alberghi, ostelli, campeggi e b&b più accoglienti. Non scriverò sui mezzi migliori e più veloci per raggiungere i posti più doverosi per timbrare il cartellino del turista provetto. Non è un sito dove confronto attrezzature di viaggio diverse e ne descrivo pregi e difetti. Non è neppure un sito dove spiego come collezionare punti-miglia da spendere con le compagnie aeree, o dove pretendo di insegnare come finanziare la propria vita nomade procurandosi un reddito stabile col solo uso di un computer sulla spiaggia. Ci sono tanti siti dove troverete abbondanza di queste informazioni, più o meno utili, più o meno cialtronesche. Questo non è il luogo adatto per trovarle, e senz’altro io non sono l’uomo giusto per darvele. E dunque, a ciascuno il suo.
Questi bit sono dedicati all’esperienza del Viaggio e alla sua narrazione come parte integrante. Al senso che il Viaggio produce e all’urgenza di senso da cui scaturisce. È un luogo di ricerca, di dubbio, di maldestri tentativi di balbettare come e perché il Viaggio ci chiama, ci prende e ci cambia. O su come e perché gli resistiamo, impedendogli di farlo. Su cosa decostruisce e su cosa costruisce. Sul debito esistenziale che produce in noi e sul nostro tentativo di pagarlo. Sul Viaggio come incontro, l’incontro come rischio e il rischio come opportunità – che è sempre anche possibilità di distruzione e auto-distruzione.

Per delle precise ragioni che spiegherò altrove in questo blog, questo non è un luogo sul viaggio comodo: sul viaggio come protuberanza esistenziale esotica della nostra quotidiana domestica routine. Non saprei che dire sul viaggio come relax, come passatempo, come ferie o come occasione di collezione di immagini shareable e suppellettili evocative. In effetti, quello non posso neppure considerarlo veramente un Viaggio – nel senso accurato al servizio del quale questo blog è nato e che discuterò in altri post – piuttosto uno spostamento: un trasferimento temporaneo di sé recante pochi trascurabili effetti individuali, ed enormi effetti economici, sociali, culturali ed ecologici.
Spacesalmon è un animale immaginario, metà salmone e metà astronauta.

I salmoni nascono nelle fresche acque basse e cristalline delle sorgenti dei fiumi. Inizialmente gli avannotti rifuggono la luce e lentamente crescono, consumando il sacco vitellino e discendendo il fiume, imparando pian piano a nutrirsi da soli. Giunti al mare diventano pesci marini, vere creature da mare aperto e profondo. Nati in pochi centimetri d’acqua, ora nuotano indomiti attraverso le abissali acque oceaniche. Arriva poi la maturità di adulti, il momento dell’urgenza della riproduzione, e con esso il tempo del secondo viaggio, non meno periglioso del primo.
I salmoni riconoscono il giusto tragitto verso il loro fiume natale, anche se dovranno nuotare per migliaia di chilometri per raggiungerlo. Trovano la foce grazie all’olfatto e alla mappa mentale assorbita durante la discesa, e risalgono il fiume, in uno straordinario e magnifico sforzo che gli costerà la vita. Molti di loro non ce la faranno. Saranno catturati da orsi, lupi, volpi, aquile. In tanti saranno fermati da barriere artificiali e finiranno sulla tavola di umani che neppure sospetteranno una frazione della loro impresa. Non mangeranno mai durante il viaggio, presi dall’ebbrezza dell’èpos. Consumeranno tutta la loro riserva di grasso, perfino le stesse fibre muscolari, pur di andare avanti.

Il loro viaggio è un ritorno. Un ritorno che li vede trasformati, adulti. E dunque un ritorno solo apparente. Raggiungono la sorgente – che coincide con la fonte della loro macchina esistenziale – per completare un ciclo vitale, ricondensare gli ultimi sprazzi di energia rimasta e consegnarli in forma di codice genetico e prima scorta di cibo ai continuatori del loro progetto di specie. Sono disposti a morire a causa del completamento. Pronti a morire di ritorno. Come è noto, ποταμῷ γὰρ οὐκ ἔστιν ἐμβῆναι δὶς τῷ αὐτῷ – Non si può discendere due volte nel medesimo fiume [1], e neppure risalirlo. Per questo anche il loro ritorno è un’illusione. Come il déjà-vu è una falsa impressione dettata da una breve fallacia del nostro sistema mnemonico nell’elaborazione dell’esperito, così il salmone ritrova il suo fiume nel modo dello scoprimento. Uno scoprimento familiare, un ritrovamento dell’antico nel nuovo e del nuovo nella ripetizione.
Specularmente, nel Viaggio che ho in animo di narrare, la ricerca del déjà-vu è centrale: è calcolata e meticolosamente organizzata. La sua traccia è seguita per sentieri mai visti, nei palpiti di eventi mai vissuti, negli occhi e nelle mani di uomini mai incontrati. Perché nel Viaggio che cerco non aspiro ad altro che a ri-udire, ri-vivere, ri-leggere “lo stesso, proteiforme, straordinariamente identico racconto [2].

[1] Eraclito, Sulla Natura, Frammento 22 B 91 Diels-Kranz

[2] Joseph Campbell, L’eroe dai mille volti

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