Dalla Nurra agli Appennini

C’è qualcosa di poco chiaro che in un dato momento, non senza preavviso ma attraverso segnali non univoci, ci porta fino alla soglia di una inevitabile partenza. Al riconoscimento della sua ineluttabilità. È come quando un archeologo ritrova una alla volta le tessere di un mosaico e inizia a stenderle su un piano. Il disvelamento della figura arriva dopo una lunga stratificazione di sguardi, di tentativi, di sogni. Ma la folgorazione è poi questione di un attimo. Un istante in cui l’immagine che potrebbe essere incontra quella che sarà. E lì un meccanismo si aziona. Come il rotolamento di una sfera su un piano inclinato, la formazione dell’immagine nella nostra mente aumenta in velocità metro dopo metro. Fino a che il moto diventa inarrestabile. Non si può far altro che partire.

Scala di Giocca

giorno 01

Sassari è una città costruita lungo le pendici di un vasto altopiano calcareo, proiettata verso la collina da una parte, verso il mare dall’altra. Questo ne fa una città dalla vocazione confusa. I quartieri alti guardano già verso Osilo e l’Anglona, dove gli inverni sono freddi, spesso nevosi, e la temperatura di qualche grado inferiore rispetto alla città bassa. I quartieri orientali vanno invece decisamente verso il mare, fino a fermarsi a poca strada dalla costa sabbiosa di Platamona, in piena Nurra. Due anime che storicamente poco si conciliano e colorano di toni diversi la gente che ci abita.
Questa conformazione e la via che ho scelto mi portano subito verso le alture della città, da cui scenderò improvvisamente lungo una strada nota come Scala di Giocca, fatta di tornanti stretti e curve a gomito. La strada conduce alla valle del Rio Mascari e da lì, risalendo verso Ossi e Muros, le pareti a picco dell’altopiano calcareo – su cui tentano di arrampicarsi radi e bassi ulivi – si ammirano in tutta la loro maestosità
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verso Ossi

La giornata è incerta. Qualche sventagliata di pioggia mi sferza, come per avvertirmi bonariamente di cosa potrebbe succedere. Ma la pedalata costante sembra portarmi via via più lontano dalle nubi cariche, ci allontaniamo a vicenda un chilometro dopo l’altro. Nella grande piana percorsa dal Rio Mannu, poco più a sud di Chiaramonti, il pericolo pioggia sembra del tutto scampato. Alle mie spalle, sughere sparpagliate e piegate dal vento, che qui soffia senza ostacoli, fanno da scenario alle sempiterne pecore che pascolano senza sosta.

Piana del Rio Mannu

Ormai pedalo diritto verso il Lago del Coghinas, il grande bacino conseguenza della costruzione della diga sul fiume nel 1926. Io attraverserò però nel braccio dove confluisce il Rio Mannu, un immissario secondario del lago. La SP 159 è molto suggestiva e costeggia il Rio Mannu nella parte di corso dove è ancora un po’ fiume e già un po’ lago, con acque tranquille dove abbondano anguille, carpe e persici.

Lago Coghinas

La SP 159, in tutte le rotte che ho provato a tracciare, sembra interrompersi contro un ponte misterioso. Da immagini satellitari lo vedo chiaramente, ma i tracciatori di rotta mi negano decisamente il passaggio. Decido di mantenere la rotta sul ponte e andare a vedere coi miei occhi. Non è forse per questo che uno viaggia? Per esplorare e verificare direttamente col suo corpo immagini viste su carta e schermi, notizie di seconda mano udite e lette dalle bocche e penne altrui?La strada è chiusa. Le mappe avevano ragione a negarmi il passaggio. Ma la realtà spesso è fatta di deroghe alle regole, e in sella a una bicicletta mi sento animato dalla vocazione ideale per derogare. Aggiro il jersey di cemento e proseguo.

SP 59 interrotta nei pressi di Ponte Frassu

Si apre alla mia vista una visione quasi d’altri tempi. Di tempi da archeologia industriale. Ponte Frassu è una struttura snella, con una sua grazia filiforme. È sorretto da piloni in cemento armato che negli intrecci della struttura ricordano la Bauhaus. Il parapetto è di ferro nudo e brunito da ruggine che lo ricopre ormai completamente. L’asfalto sul passaggio stretto è consunto in modo irregolare. Ne risultano chiazze in rilievo che sembrano un arcipelago di isole, solcate da crepe e fenditure come la pelle di un enorme rettile. Mi fa pensare al celebre ponte Cassandra Crossing, ne ha tutta l’aria dismessa e pericolante.

Anche lui è figlio dell’anno 1926, coetaneo quindi della grande diga. La sua funzione era proprio quella di collegare i territori di Oschiri e Tula che il lago incombente avrebbe giocoforza diviso. Le sue condizioni strutturali sono terribili, ma come spesso succede a guadagnarci è la bellezza, decadente e malinconica.
Pedalo via dopo un ultimo sguardo di gratitudine a chi mi ha permesso di passare il braccio d’acqua. A un vecchio amico destinato ad invecchiare in solitudine. Riprendo la via verso la ricerca di un luogo sicuro per bivaccare.

Ponte Frassu

Primi errori della giornata. Manco la stretta strada alla mia sinistra che mi porterebbe verso la SS 392 e raggiungo – per errore, ma errore stavolta benvenuto – Nostra Signora di Castro, una pieve romanica di rara bellezza appollaiata sulla parte più alta della collina che domina l’intera pianura.

vista da Nostra Signora di Castro

Torno indietro e trovo finalmente la mia piccola stradina e la imbocco. Il sole è tramontato e la luce crepuscolare non durerà ancora per molto. L’urgenza di trovare un luogo adatto per il bivacco si scontra con le tante recinzioni, i tanti muretti, la vegetazione troppo rada che mi esporrebbe agli sguardi di chiunque. Il buio e la stanchezza si fanno sentire: sbaglio ancora una volta strada e rischio di infilarmi in poderi privati difesi da cani rumorosissimi. Ormai spingo la bicicletta lungo il pendio, anche perché la poca strada che vedo è grazie alla luce di emergenza. Il buio è completo. La luna non è ancora sorta. Improvvisamente noto che alla mia sinistra manca l’onnipresente muretto a secco. Si stende un campo di sterpaglie, e in fondo alcune macchie alte e scure mi fanno intuire un albero. È il mio posto. Ciò che lo rende sicuramente mio è anche il fatto di non avere più scelta. Spingo la bici con fatica lungo zolle di terra indurita, sassi e sterpi secchi e puntuti. Raggiungo finalmente l’olivastro scorto nel buio e mi do allo scarico di tutto quello che mi serve per bivaccare. Un po’ mi servo della torcia frontale, un po’ cerco di spegnerla e andare a memoria. Non voglio attirare l’attenzione con luci sospette. Sebbene qua attorno non si senta che cani latrare e qualche scampanio di animali al pascolo. Finalmente la tenda è montata e mi ci ficco pregustando il sonno ristoratore.
Si dice che le vacche mangino praticamente tutto il giorno. Solo parzialmente vero. Mangiano anche tutta la notte. Sono accompagnato tutta la santa notte dallo scampanìo torturante di una e più vacche al pascolo. All’inizio è anche piacevolmente bucolico, come di quei chimes che appesi nei porticati vengono mossi dolcemente dal vento. Dopo alcune ore, somiglia piuttosto allo stillicidio della tortura psicogena della famosa goccia. Questo – e complici alcune scelte termicamente errate, per esempio quella di non aver portato un materassino ed essermi affidato solo a quello incorporato nel sacco a pelo; o quella di essermi spogliato per infilarmici, visto il gran caldo che all’inizio pensavo di sentire – mi convincono verso le 4:30, nella quasi disperazione, a levarmi e mettermi in sella, in quello che sarebbe il buio più completo, non fosse per un lampione di luna alto nel cielo.

giorno 02

Prima di lasciare il luogo del bivacco, la vedo, l’infame. Intenta a brucare come nulla fosse. Come se fosse mezzogiorno. E dondolare l’odioso campanaccio del quale – a onor del vero – non porta alcuna colpa. Ma si sa, in certi momenti non amiamo andare per il sottile con le analisi. La mia prima “notturna”, dunque, è ampiamente involontaria e del tutto non pianificata. Pedalo nel buio pesto e raggiungo la SS 392 che mi porta ancora sopra un ponte sul Coghinas, questa volta il Ponte Diana. Non ho immagini, perché l’oscurità mi impedisce di catturarle. Conservo però la forte sensazione di mare, con le acque che, innervosite dal vento, sbattono contro le rocce e contro i piloni del ponte. Da lì imbocco la strada che mi porterà finalmente al primo centro abitato dopo molti chilometri.

alle porte di Berchidda

Il sole si fa vedere solamente alle porte di Berchidda, dove finalmente assisto in diretta allo switch fra la cultura pastorale e quella – a me oggi assai più gradita – enologica, pedalando fra dolci declivi coltivati a vigneti di vermentino.

vigneti alle porte di Berchidda

Mi regalo una colazione civilizzata nel bar della piazza ed esco dal paese per imboccare la nota provinciale 138 MontiTelti, che lungo una salita spaccagambe mi porta fino ad una altezza di 529 m, sull’altopiano ai piedi del massiccio del Monte Limbara, dove il vento rafficato e fresco è praticamente ininterrotto durante tutto l’anno.

Monte Limbara

Da qui fino ad Olbia, poco da dire. Lunghissima discesa, arrivo e giornata di attesa e lettura, attorniato dal fascino del non-luogo tipico delle postazioni logistiche, in questo caso la stazione marittima.

giorno 03

La traversata è burrascosa. Oltre Cap Corse e Capraia il traghetto viene investito in pieno dalle onde di maestrale e si balla violentemente. Sbarco a Livorno con grande ritardo, e devo procurarmi alcune cose che la mia prima notte di bivacco ha dichiarato irrinunciabili. Lascio quindi Livorno a metà mattinata in direzione Pisa.
All’inizio la strada è trafficata e pericolosa. Le auto sfrecciano veloci soprattutto sul viadotto sopra lo Scolmatore dell’Arno, il canale costruito a seguito dello straripamento dell’Arno e l’inondazione di Pisa del 1949. Per fortuna lo supero indenne. La rotta prevede che mi infili per una stradina laterale che corre lungo la recinzione sud del depot di Camp Darby. La storia di Camp Darby affonda alle origini di quelle della Repubblica Italiana. Nel 1951 il governo decise di concedere sine die più di mille ettari di pineta e costa al vittorioso potente alleato esercito americano, che ne conserva la gran parte anche oggi, come zona di supporto tecnico e logistico alle truppe in aree di crisi.
Costeggio il depot e mi inoltro in quello che a tutta prima sembra un parco suburbano. La strada è malconcia, pozze d’acqua e fango rendono difficile l’avanzata con una bici così appesantita dai bagagli come la mia. Devo scendere e spingere per evitare che le ruote affondino nella melma acquosa. Qualche cinghiale mi scorrazza a fianco. Sembrano turbati dalla mia presenza inaspettata. Gli alberi sono alti e fitti, il sottobosco tappezzato di tronchi di alberi morti, liane e sterpi.Sono letteralmente a poche decine di metri da una delle zone più trafficate di tutta Livorno, a pochi passi dall’autostrada e dall’interporto Amerigo Vespucci. Eppure sono in mezzo a una foresta che potrebbe essere nel cuore degli Appennini!

Bosco della Cornacchiaia

Scopro solo dopo che mi trovo nel Bosco della Cornacchiaia, la parte di foresta del Parco di Migliarino, San Rossore e Massaciuccoli dove meno incisive sono state le alterazioni da parte dell’uomo, con sottobosco perfettamente conservato, spesso impenetrabile. È adiacente al lungomare di Tirrenia e incastrato tra l’autostrada, Camp Darby e la spiaggia. Frequenti i canali e le pozze d’acqua, con frassini, lecci e ontani che ci crescono indisturbati. E soprattutto la periploca graeca, una rara liana presente in Italia solo qui e in Puglia. Oltre ai cinghiali che presumo numerosi, anche daini, volpi, tassi, testuggini e scoiattoli. Insomma, una vera arca di Noé!
L’attraversamento non dura poco, vista la strada più da MTB che da travel bike. Ad un tratto incoccio la ferrovia. Temo che attraversarla sia impossibile, invece basta spingere un cancelletto e passo agevolmente sui binari.

bosco della Cornacchiaia

Sull’altro lato della strada ferrata c’è come uno stazzo, sembra una baracca di nomadi, profughi o barboni. Intorno, un caos indicibile di rottami, relitti di auto, mondezza e gatti in quantità. Tale è il contrasto con la natura incontaminata di poche decine di metri prima, che rimango a guardare questa semi-discarica esterrefatto.

Pedalo oltre e arrivo alla fine della riserva, nel punto dove confina con Camp Darby. A separarmi dall’area militare però c’è un altro canale, questa volta molto più antico del vicino Scolmatore dell’Arno. È il Canale dei Navicelli, vecchio di quasi cinque secoli. Fu costruito nel 1563 per collegare Pisa con il porto di Livorno e utilizzare la via fluviale per il trasporto di persone e merci appunto sui navicelli, piccole imbarcazioni a vela con due alberi tipiche toscane. Oggi il canale è stato allargato e il suo percorso rettificato.

Camp Darby dal Canale dei Navicelli

Lungo il suo corso si è sviluppata la cantieristica navale per barche da diporto, quindi frequenti sono i piccoli pontili di attracco per le imbarcazioni, dove ammiro inaspettatamente splendidi catamarani, yacht lussuosi, ma anche mercantili in secca e pilotine in manutenzione.

Canale dei Navicelli

Pedalare per il lungocanale è rilassante. Nessuna auto, solo il lento scorrere delle acque e la visita di uccelli fluviali, come l’airone cenerino. Il fondo è ben battuto e spesso pietroso, ma a parte le vibrazioni è gradevolmente pedalabile. Il canale si allarga a Pisa, diventando una specie di stazione fluviale, un porto per l’ingresso in acqua, ma finisce poi (o inizia, a seconda del punto di partenza) nell’Arno, all’altezza del quartiere di Porta a Mare. Dopo averlo seguito per quasi tutto il suo corso, lo scavalco per entrare in città. Eccomi a Pisa.

Pisa, San Paolo a Ripa d’Arno

Avrò visto questa torre e questa piazza decine di volte. Non so più quante, ormai. L’ho vista con persone che ho amato, con altre che poi ho detestato, in momenti tristi ed euforici. Col sole e con la pioggia, col freddo e il caldo afoso. Ma quella di oggi ha un sapore speciale. Perché per arrivare qui per la prima volta ho usato solo l’energia consegnata dai miei muscoli, dal mio corpo teso ad un obiettivo. E così questa foto, spersa fra milioni e milioni con lo stesso sfondo, per me si eleva come unica e imparagonabile.

Pisa, Piazza dei Miracoli

Riprendo la via nel pomeriggio e pedalo lungo il corso dell’altro fiume che condivide con l’Arno questa piana ma che ha una foce poi tutta sua, il Serchio. A Pontasserchio mi innesto per una lunga via ciclabile dedicata a Giacomo Puccini, che in realtà inizia fin dall’estuario del fiume sul Tirreno, a Bocca di Serchio. È piacevole lo scorrere dei chilometri, che come tutte le ciclabili fluviali non offrono motivi di fatica. Il Serchio è una presenza costante e rassicurante. Le sue acque rinverdiscono tutto il lungofiume, dove la vegetazione è florida e rigogliosa.

fiume Serchio

Ma ormai è tardi. Cerco con ansia crescente un luogo dove il bivacco sia fattibile, ma si tratta di un parco fluviale molto frequentato da runners, passeggiatori col cane, mtbikers… Di solito pratico la regola che prevede di non bivaccare dove è alta la possibilità di venire visti e magari disturbati durante la notte, anche per evitare rischi inutili. E allora pedalo senza fermarmi fino a Lucca, dove arrivo a tarda sera e non posso che cercare un alloggio da prezzo per la notte. È un piacere scorrazzare ancora una volta lungo queste vie del centro che conosco così bene, per aver vissuto nella zona per più di un anno, alcune vite fa. Il Fillungo, Piazza delle Catene – dove si comprava la miglior torta coi becchi e il buccellato più buono di tutta LuccaPiazza del Giglio… luoghi della memoria che rivedo stasera come fosse la prima volta. Quel me lontano che li ha frequentati allora mi pare un estraneo, davanti a cui ho anche come un moto di imbarazzo e timidezza. Pedalo veloce, quasi ad evitare che qualcuno mi riconosca e mi additi pubblicamente. Cosa peraltro impossibile, ma che mi sorprendo a temere.

giorno 04

La mattina parto da qui, dal simbolo di Lucca e per me il suo gioiello più bello, le sue mura.

Mura di Lucca

Costruite nella versione attuale nell’arco di un secolo e mezzo tra il 1504 e il 1648 secondo i principi della fortificazione alla moderna, paradossalmente non sono mai state utilizzate per scopi difensivi. Fu tale la loro imponenza e capacità di scoraggiare potenziali assedianti, che le mura hanno avuto un ruolo più di deterrenza, che di difesa attiva. E quindi in realtà hanno promosso la pace, piuttosto che la guerra. Anzi, nel 1812 furono un argine ultimo e decisivo contro il tremendo straripamento del Serchio di quell’anno. Oggi, ma in realtà già dagli anni ’20 del 1800, sono definitivamente consacrate alla bellezza e vissute come passeggiata e luogo dedicato alla musica e al teatro. E da qui parto oggi alla volta finalmente delle montagne, che mi aspettano sicure che non potrò mancare ancora a lungo all’appuntamento con loro.

Mura di Lucca

Da Lucca pedalo nella grande pianura antropizzata, sfiorando i piedi degli Appennini. Cittadine e frazioni senza soluzione di continuità si danno il cambio l’una con l’altra, in un unico grande sobborgo.

Incontro finalmente uno sbuffo di salita che rompe la monotonia verso Serravalle Pistoiese, un borgo fascinoso abbarbicato su una rocca proprio a metà fra Montecatini Terme e Pistoia. Il suo castello medievale mi saluta da lontano. Questa volta non riuscirò a visitarlo, e ad annusare il profumo delle passate contese fra guelfi bianchi e neri, fra lucchesi e fiorentini da una parte e pistoiesi dall’altra, che attorno a questo castello hanno vissuto momenti decisivi.
Pistoia mi accoglie con amicizia, e con la tentazione di rimanere qui per la notte. Ma poi prevale la voglia di mettere ancora chilometri in bisaccia, soprattutto che siano in salita, per alleggerire la giornata di domani.

Pistoia, Piazza del Duomo

Ciclisticamente, ora si inizia a fare sul serio. Esco da Porta San Marco. La strada che incontro da subito è la SP 24 e non farò altro che seguirla per parecchi chilometri, anche quando cambierà nome per il passaggio dalla Toscana all’Emilia. Il versante toscano degli Appennini è molto più ripido di quello emiliano. Questo significa che la salita è concentrata in un breve spazio, ed è massacrante. In appena 15 chilometri passo da un’altitudine di 79 m, quasi pari a quella del mare, ai 900 m dell’arrivo, in pieno paesaggio alpino.
I primi tornanti hanno ancora tutta la dolcezza collinare. Gli ulivi sono i signori incontrastati del paesaggio, ma dalle pendici scoscese si annuncia già il verde intenso e compatto di un’altra vegetazione abituata a ben altri climi.

colline pistoiesi

Se c’è un carattere che colora tipicamente le campagne italiane, per me è quello delle pievi. Le pievi sembrano messe lì apposta per alleviare le fatiche del viaggio al nomade e al pellegrino. Sono un’oasi di pace, di silenzio, di ristoro, di accoglienza. Grandi alberi – questi naturalmente sono cipressi – sorvegliano spesso le mura e le facciate, qui fatte della grigia arenaria tipica degli Appennini. Dobbiamo molto alle pievi nella nostra storia. Dal disfacimento della struttura statale romana, per molti secoli sono state loro il centro nevralgico dei territori, l’ultimo baluardo contro il ritorno al caos animalesco di ere precedenti. Il pievano teneva i registri delle nascite, battezzava, custodiva i testamenti e gli atti di compravendita. La pieve aveva spesso un suo ospedale ed era luogo di mercato. Assolveva alla funzione rituale e badava agli aspetti amministrativi e civili della vita, impedendo il disgregamento delle comunità. Badava alle anime e ai corpi, indistintamente. La pieve di San Giovanni Evangelista, qui nella Valdibure, nel suo stile romanico asciutto ed essenziale, mostra chiaramente i segni del suo ruolo passato di cittadella fortificata. Mi fermo qualche minuto a raccogliermi, di fronte al panorama maestoso che il parapetto mi offre.

pieve di San Giovanni Evangelista

Il pievano è molto cordiale e ospitale. Mi tratta con simpatia e non manca di propormi di passare lì la notte. Lo ringrazio, ma il sole è ancora abbastanza alto per avere l’ambizione di raggiungere perlomeno il passo prima del tramonto.

pieve di San Giovanni Evangelista

La salita non dà tregua. Gli ulivi sono ormai un lontano ricordo e l’aria è fresca e pungente. Mi inoltro lungo la strada semideserta fra boschi spogli di faggi e frassini. Passo lungo il versante in ombra della montagna. La luce che annuncia il prossimo tramonto mi mette in pre-allarme: è bene che inizi a cercare un luogo ben riparato dove passare la notte. Non ci sono paesi nelle vicinanze e le prossime ore saranno ben fredde, trovare il bivacco ideale ora è fondamentale.

foresta dell’Acquerino

Per fortuna i buoni punti non mancano. Gli aspetti a cui badare nella scelta sono essenzialmente tre:

1) uno spiazzo poco visibile dalla strada, ma non così lontano da questa da costringermi a spingere la bici carica sopra il terreno accidentato;

2) un fazzoletto di terra il più possibile in piano: dormire in salita – o ancora peggio inclinati di lato – è una tortura;

3) una scenografia tale da ripagarmi della fatica di essere arrivato fin qui.


Lo trovo. Sono a pochi metri dalla strada, ma è impossibile che qualcuno mi noti, qui sotto Ponte del Termine. Sono al limitare del bosco, ancora sotto gli alberi ma di fronte ad un grande declivio aperto, che mi lascia la vista sulla lontana pianura che si va accendendo delle luci serali.

foresta dell’Acquerino

Le foglie secche danno un colore rugginoso a tutto il sottobosco. Specialmente nella parte esposta alle luci del tramonto, si infiammano di un arancione carico. Il loro spessore è di parecchi centimetri, mi faranno da materasso soffice, stanotte. Porto con fatica la bici nel luogo prescelto e la posiziono ben ferma con un cavalletto di fortuna, ma dalla stabilità invincibile.

foresta dell’Acquerino

Mi do a sgombrare il giaciglio da pietre e rami secchi, per non dovermi sentire come la principessa sul pisello durante il sonno. Poi è la volta della mia casa viaggiante. Mi rintano presto dentro la tenda, portando con me anche acqua e cibo. Fuori il freddo e l’umido sono troppo pungenti per concedermi una cena all’aperto. Per fortuna il materassino preso a Livorno, per quanto assai basic, mi separa dal freddo del terreno quanto basta per trascorrere una nottata piacevole.
Gli animali sono sempre rumorosissimi. Molti di loro scelgono la notte come momento di maggiore attività, ed è un continuo di versi di rapaci notturni e altri animali che non riconosco. Ogni tanto qualcosa mi passa accanto, forse piccoli toporagni, e il mio cervello interpreta il rumore come sufficiente per mettersi in allarme. So che il lupo è tornato a popolare queste montagne, chiudendo finalmente la catena alimentare, visto che daini, cervi, caprioli e cinghiali sono tutti sue prede d’elezione. Ma so quel che basta di etologia per sapere che non è un pericolo per l’uomo. Semmai è sicuro il contrario.

giorno 05

La notte passa e al mattino mi sveglio abbastanza riposato. Nonostante non abbia la sensazione di aver dormito veramente, devo pur averlo fatto, perché mi sento attivo e pieno di energie. Qualche istante per ammirare e salutare ancora il luogo mi che ha ospitato, e siamo di nuovo in sella.

foresta dell’Acquerino

Mi trovo nella riserva naturale dell’Acquerino. La SP 24 la attraversa da parte a parte. Mi accorgo solo ora di aver trascorso la notte al passo, perché quasi subito inizia la lunga discesa ininterrotta che mi porterà a Bologna in serata. Pedalare attraverso l’Acquerino è un godimento. Brevi saliscendi e frequenti curve a gomito rendono vario ma mai faticoso il percorso. I tanti ruscelli e le cascatelle sono una colonna sonora perfetta per cicloviaggiare. Ogni tanto qualche raggruppamento di case lungo il torrente Limentra spezza la vista continua dei pendii boschivi.

foresta dell’Acquerino

Finalmente eccolo, il cartello che tanto ho aspettato.Il fatidico punto di confine. Lascio la Toscana e abbraccio l’Emilia. Cambia la regione, ma inizialmente non il paesaggio. E anche la strada è esattamente la stessa, tranne per il fatto che ora è la SP 43 e la provincia è quella di Bologna.

confine Toscana – Emilia

Continuo a seguire il Limentra, che sbarrato a valle forma il grande lago artificiale di Suviana. Una parentesi di acque azzurre nella tavolozza di tinte terrose che finora erano rimaste uniformi. Costeggio il lago fino alla diga e proseguo, seguendo sempre il Limentra in uscita dal lago. Ormai i rilievi che mi circondano sono collinari, si scende veloci verso la pianura.
A un tratto mi si para davanti una visione d’altri tempi. Di altri tempi, ma anche di altri luoghi. Qualcosa non mi torna. Vedo un castello arroccato su un’altura, in lontananza, ma le cupole e gli archi sono di stile moresco! Involontariamente vado indietro col pensiero ai miei (pochi) studi di storia dell’arte, ma proprio non mi risulta qui alcuna dominazione araba passata, e tantomeno una sua eredità architettonica. Sono confuso. Confuso ma curiosissimo.

Rocchetta Mattei

Pedalo fino all’ingresso, ai piedi della rocca. Questa bizzarra costruzione è Rocchetta Mattei, un luogo dalla storia affascinante ed enigmatica. Il nome è quello del suo ideatore, il conte Cesare Mattei, che ne inizia la costruzione nel 1850. Ne è stato il proprietario, l’ideatore, ma anche – detto modernamente – il direttore dei lavori. È proprio lui a progettare questa accozzaglia di stili neo-medievale, neo-rinascimentale e pseudo-moresco, ma il risultato è sorprendentemente gradevole, anche se lascia in qualche modo straniti. Personaggio d’altri tempi, questo conte Mattei. Una sorta di moderno alchimista, un Victor Frankenstein, inventore di una tecnica medica tutta sua che battezza con il nome di elettromeopatia. Pseudomoderno nella techne, nella socialità era invece un perfetto signorotto medievale, che amava circondarsi da un vero e proprio stuolo di cortigiani. Oggi la Rocchetta è di proprietà di una fondazione bancaria e ospita concerti ed eventi vari.

Poco oltre Rocchetta Mattei, ecco Riola, la cittadina accanto a cui il Limentra si getta finalmente nel Reno. Non ho che da seguirne il corso e sarò arrivato, perché Reno per me significa solo una cosa: Bologna.

fiume Reno

Trascorro a Bologna alcuni giorni. Vecchi amici, performance culinarie domestiche, ciclomeccanica, incontro con Pina – vezzeggiativo per la mia nuova Pinarello da strada – giri in bici fra la bassa e i colli bolognesi per mantenere l’allenamento.
Inizia l’epidemia: i primi giorni sembra uno scherzo. In pochissimi la prendono veramente sul serio, e tra questi non ci sono io. Durante una cena con amici – era appena il 22 Febbraio – addirittura faccio il buffone con una mascherina da bricolage. Oggi questa foto innocente ed ingenua sembra preludiare con ironia amara alla catastrofe che sarebbe arrivata di lì a poco.

primi giorni del covid-19

giorno 06r

Il momento di ripartire arriva fatalmente, come sempre. La giornata da cicloviaggiatore sembra iniziare come tante. Parto da Bologna solo a metà mattina, i preparativi mi hanno preso del tempo. Mi accompagnano Livio, con la sua Rose da corsa, e un clima mite e un vento quasi tiepido. Poco prima di Pianoro le prime avvisaglie che il tempo sta per guastarsi: il cielo che si adombra, qualche scroscio leggero di pioggia e tuoni in lontananza. Nulla di preoccupante per ora, ma tanto basta per scoraggiare il mio amico, noto sinusitico cronico, e costringerlo ad abbandonarmi. Pedalo nuovamente in solitaria. Mi arrampico per la blanda salita della Fondovalle Savena, lungo il torrente Savena, e le maestose rupi di arenaria che delimitano il Contrafforte Pliocenico.

Contrafforte Pliocenico

Ancora qualche goccia d’acqua, ma niente di strano: iniziano gli Appennini e siamo pur sempre d’inverno, per quanto eccezionalmente caldo.La salita si fa dispettosa quando inizio a scalare i pochi ma ripidi tornanti verso Monghidoro, ma nel complesso la salita è molto più blanda rispetto al versante toscano. Qualche sfarinata di nevischio non mi preoccupa. All’inizio pare tutt’uno con questa giornata di condimeteo variabili. L’ora è quella giusta per cercare una postazione per la notte. Imbocco una strada laterale, da dove individuo degli spazi fra i castagni spogli che sembrano fare al caso mio.
È un attimo. Quasi non mi dà il tempo di montare la tenda. La neve cade più intensa istante dopo istante. Non posso crederci, ma devo, perché lo vedo coi miei occhi. È una tormenta.Il vento sferzante spinge la neve ovunque. Sulla bici, sulle borse, sul telo che stendo per isolarmi dal terreno. Attrezzi che lascio pochi secondi da parte, già son coperti di bianco. Devo scostare la neve continuamente da parti del bivacco non ancora drizzate. Le mani, comincio a non sentirle più dal freddo. Devo mettere un secondo paio di guanti sopra il primo. Ho difficoltà a svolgere per bene tutte le operazioni, con le mani che non sentono più nulla e i piedi congelati. Sopra la testa, fulmini e tuoni quasi sincroni. La tempesta è proprio qui. Riesco finalmente a montare la tenda e mi ci ficco dentro subito, per cercare di recuperare un po’ di calore a mani e piedi e sfuggire al vento impetuoso. Il cibo e quel che serve per la notte li prenderò fra qualche minuto, il tempo di far riprendere sensibilità agli arti. Mi avventuro fuori. Qualche istante di sacrificio, per fissare in immagini il paesaggio così imprevisto, passato nello spazio di mezzora dal bruno autunnale al bianco invernale, e mi rimetto in tenda, deciso a non uscirne più fino al nuovo giorno.

Monghidoro

Non importa quanto scontata ci possa apparire una giornata, ai suoi albori. La realtà troverà sempre il modo di stupirci e spingerci al limite della nostra piccola, insignificante esperienza.

giorno 07r

La notte è stata faticosa. Più che il freddo, che ho retto bene, è stata la posizione a renderla dura. Ero inclinato da un lato, quindi ogni volta che mi rivoltavo tendevo a rotolare verso valle. E fatalmente il materassino scivolava verso il bordo della tenda, lasciando senza la sua protezione una metà longitudinale del corpo. Del resto, ieri sera non potevo proprio permettermi di andare per il sottile nel valutare la location. Rimarrei comunque a poltrire a letto, potendo scegliere. Ma non si può, bisogna smontare tutto e prepararsi a partire.Il sole è già abbondantemente alto, ma non lambisce ancora il versante del rilievo dove mi sono accampato, così che sono ancora in ombra.

Monghidoro

Spingo la bici con fatica infernale oltre un gradone che ieri, nella foga di ripararmi dalla neve, nemmeno ho visto. Raggiungo la strada, dove splende un sole esplosivo che mi abbaglia direttamente e per l’albedo riflessa dalla neve. La strada è subito in ripida salita, tanto che preferisco spingere la bici per un tratto, sia per l’asfalto ghiacciato, sia perché a muscoli freddo temo uno stiramento.

Monghidoro

Raggiungo la strada principale e posso pedalare lungo la breve distanza che mi separa da Monghidoro, ammirando i campi arati e imbiancati dalla nevicata notturna.

Monghidoro

Cicloviaggiare ha un aspetto che è tra i miei preferiti. Che riesce ad operare una potente e radicale potatura dei bisogni e dei desideri. La fatica è tanta, le sensazioni estreme, i desideri elementari e imperativi. Ora, per esempio, ho un solo obiettivo, che non mi lascia la mente da quando ho aperto gli occhi. Una colazione ricca e abbondante, un caffè. Me lo concedo a Monghidoro, con i suoi 841 m il comune più alto di tutta la provincia bolognese.
Da Monghidoro, la scelta più ovvia sarebbe quella di proseguire per la famosa SP 65, altrimenti nota come Futa, e il suo relativo passo. È uno dei collegamenti più importanti fra l’Emilia e la Toscana, non per niente si chiama via Toscana quando lascia Bologna e via Bolognese quando lo fa da Firenze. Ma ormai lo so. Non c’è via che per quanto ovvia possa convincermi ad abbandonare quella strana. Del resto, proprio ora mentre scrivo ricordo di aver percorso già la Futa in auto anni fa, e quindi lodo il mio istinto che mi ha indotto senza nemmeno doverci pensare ad evitare “la strada vecchia” per scegliere la nuova. E allora mi butto lungo la ripida discesa a est di Monghidoro, verso la valle dell’Idice, un torrente che poi diventa affluente del Reno. La discesa è rapida e il paesaggio fantastico, ma ovviamente finisce presto. E la salita è di nuovo lì che mi aspetta. Attraverso il parco boscoso La Martina e la frazione che gli dà il nome. Deserta. Il panorama dalla strada verso lo scavallo del rilievo è imponente, il Monte Gurlano tutto in vista,

Monte Gurlano

ma ancora nulla in confronto a quello che mi offre la vetta, tra il Sasso di San Zenobi e quello della Mantesca.
Il vento è furioso, freddo e teso. La totale assenza di alberi mi fa pensare che non smetta mai di sferzare il terreno pietroso martoriato. Solo cespugli di erbe filiformi riescono a colorare la terra nuda. L’asfalto della strada qui è un ricordo, le intemperie lo hanno disfatto in pietrisco e il fondo è del tutto sterrato. Il freddo conserva il ghiaccio anche ora, a mezzogiorno. È entusiasmante essere riuscito ad arrivare fin qui, carico come un asinello da soma, con la sola forza delle mie gambe. Rimango minuti in silenzio, attonito di fronte a questo spettacolo della natura.

Sasso San Zenobi

La discesa è lunga 8 km e me la bevo tutta d’un fiato, sommando al vento reale anche quello di avanzamento. Meno male sono ben attrezzato come copertura e non soffro il freddo tranne che alle estremità, sempre più delicate. Raggiungo anche qui il fondovalle, ma è solo l’occasione per un’altra salita. Molti tratti sono piuttosto ripidi, fino al 13 / 14 % e con vento freddo contro. Attraverso castagneti secolari ben curati, e cerco di ammirarli dimenticando un poco la stanchezza e le gambe pesanti. Nemmeno mi accorgo, questa volta, di aver passato il confine ed essere entrato di nuovo in Toscana. Non ho più neppure voglia di tirar fuori la fotocamera, lascerò questa parte del viaggio alla memoria. Conserverà lei quel che vuole, e quel che può.
La giornata inizia ad imbrunire. Non tanto per l’ora, ma per i nuvoloni che mi si assembrano sul capo. Le previsioni non davano pioggia, e vengono clamorosamente smentite dai fatti. È un diluvio. Per fortuna mi trovo nella piazza centrale di Firenzuola, dove sono rimasto a rimuginare se proseguire verso Borgo San Lorenzo, fermandomi all’occorrenza a bivaccare. La pioggia scrosciante mi toglie tutti i dubbi. Cerco alloggio. Per fortuna c’è un alberghetto proprio sopra la mia testa, riparata sotto i portici della piazza. Ne approfitto e mi sento accolto dalle circostanze come un re.
Altro aspetto adorabile del cicloviaggio, corollario del primo. Si viene così provati dalla fatica e alle volte dalle condimeteo avverse, che qualsiasi luogo di ricovero – che sia un alberghetto, un b&b, un essere umano pietoso che ci ospita, un ostello, una stamberga – per quanto semplice, ci sembra sempre una reggia. E ci si dorme meravigliosamente. È il 27 Febbraio. La diffusione del coronavirus è ancora nulla, rispetto ai giorni che seguiranno, ma molti stati europei iniziano a bloccare gli italiani che partono dalle zone rosse in Lombardia e Veneto. Cerco comunque di rilassarmi, ma la tensione inizia a crescere. Passo le ultime ore del giorno sdraiato sul letto a compulsare siti d’informazione.


giorno 08r

Si inizia presto. Freschi, riposati e col sole che finalmente splende senza timori. Punto deciso verso sud con la salita che inizia quasi subito. Lascio Firenzuola e la valle del Santerno, altro affluente del Reno, e mi arrampico sul versante della montagna. Più vado avanti e più rido di me stesso, che ieri speravo addirittura di arrivare a Borgo San Lorenzo prima di sera. È vero che i chilometri non sono tanti, ma la salita li avrebbe resi assolutamente troppi. Si fa dura. Lo spettacolo della natura ripaga ampiamente della fatica, con un sole accecante che valorizza tutti i colori, tutte le sfumature di verde del paesaggio.

verso il Passo del Giogo

Ancora qualche tornante ed eccomi al passo. Il Passo del Giogo, oltre ad essere con i suoi 882 m il più basso di tutti gli Appennini settentrionali, ha un’altra particolarità che lo rende unico. Proprio qui, attraverso questo passo, il 21 Aprile 1945 gli Alleati ruppero la Linea Gotica, estremo baluardo tedesco in difesa della Pianura Padana, e quindi della via verso il Reich e l’Europa orientale.La Gotenstellung segnò profondamente le genti di questi luoghi, fu una ferita profonda che rimase nell’immaginario popolare per decenni. Oggi questo scenario è la quintessenza della calma, della tranquillità bucolica, della bellezza di una natura tutto sommato addomesticata. Ma appena 75 anni fa qui ci fu una carneficina di corpi umani, una battaglia violenta che per alcuni significò una sconfitta irrimediabile e la caduta nel baratro, per altri il preludio al ritorno della libertà e alla fine di un incubo.

Passo del Giogo

La discesa verso la valle del Mugello e Borgo San Lorenzo, per quanto è ripida e veloce è un recap accelerato della flora dalla montagna fino alla piana bassa. Ricompaiono prima i cipressi, poi gli ulivi, infine i vigneti. La campagna toscana torna dolce e mite come da cartolina. Ora la ciclata si vive nella piena rilassatezza, lungo il Sieve, l’altro grande fiume che contribuisce a rendere l’Arno quel che è, visto il suo status di maggior affluente per volume d’acqua. Il Sieve si butta nell’Arno qui, a Pontassieve, dunque anche il punto d’incontro fra le due valli.

Pontassieve

Lascio quella del primo e mi infilo in quella del secondo, che seguirò fino alla mia meta, San Giovanni Valdarno, dove arrivo a fine giornata, dopo 95 km di pedalate.

San Giovanni Valdarno

Rimango qui per due notti, per assolvere a certi obblighi che ho qui vicino, a Montevarchi, e riparto il primo di Marzo di primo mattino.


giorno 09r

Pedalo per quasi tutto il Valdarno Superiore, lungo l’argine destro del fiume. In realtà, inizialmente avevo scelto l’argine sinistro, ma poi a Castello, una frazione di Incisa Valdarno, un gentile e misericordioso signore mi urla da lontano: “Oh ‘he vai a Firenze?” – e alla mia risposta affermativa: – “Allora e ti ‘onviene passar dall’altro lato, ‘he è parecchio più in piano!”. Effettivamente, lungo l’argine sinistro stavo già facendo una fatica boia, fra continui saliscendi e pendenze notevoli, anche se per tratti brevi. Son ben contento del consiglio e passo sull’argine destro, dove la strada è senz’altro più piana e regolare. Anche oggi rivedo Pontassieve, ma stavolta invece di seguire in corso del Sieve proseguo lungo quello dell’Arno, che da qui parte ingrassato dell’acqua del suo maggior affluente.
Firenze si avvicina una pedalata dopo l’altra. A Bagno a Ripoli – preludio fiorentino – faccio una sosta per concedermi uno snack e una pausa. Scelgo di fermarmi sul sagrato della Pieve di San Pietro, che documentata fin dal 790 risulta una delle chiese più antiche d’Italia. Pare addirittura che le pietre usate per erigerla vengano direttamente dall’insediamento romano di Bagno a Ripoli. L’impianto romanico è molto elegante. Il protiro gotico non disturba affatto, anzi dona movimento e fluidità alla facciata austera.

Pieve di San PIetro

La vendita di frittelle impazza proprio qui di fronte. Il profumo di fritto, scorza d’arancia e soprattutto anice si spande tutt’attorno ed è una tentazione che mi fa salivare. Ma la fila di aspiranti frittellanti è una tentazione altrettanto forte, ma in direzione contraria. Mi rimetto in sella senza frittelle nello stomaco e attraverso Firenze, passando per i vari Lungarno che me ne portano fuori.
Abbandono il Valdarno e seguo la Via Pistoiese, accompagnato da una pioggia torrenziale che non mi da tregua. Spesso devo trovare rifugio sotto tettoie per sfuggire alla violenza dell’acqua. Questo rallenta molto la mia avanzata. Arrivo comunque a Pistoia nel tardo pomeriggio dopo 90 km ed inizio la parte più dura della tappa. Devo risalire le prime alture verso la casa degli amici che mi ospiteranno per la notte. Seguo il torrente Ombrone, gonfio d’acqua dopo le piogge abbondanti e mi arrampico per la ripida salita verso Le Grazie. Da qui si domina tutta la piana dove si stende Pistoia

Pistoia – Le Grazie

La pioggia ha lasciato il campo alla nebbia. In effetti non è esattamente nebbia, ma sono le nubi che muovendosi dalla pianura vengono a sbattere sulle montagne che sovrastano queste frazioni. Non vedo più nulla a dieci metri da me, tanto che scendo dalla bici e spingo, complice anche la pendenza imbarazzante di quest’ultimo tratto. La serata e la notte sono dolci, calde e asciutte. I miei amici mi accolgono meravigliosamente. Ma le notizie sulla diffusione del coronavirus sono via via più allarmanti. L’argomento si impone d’autorità anche alla nostra tavola.


giorno 10r

Il giorno dopo – convinto dalla pioggia e dalla pandemia che sembra precipitare – lascio perdere i pedali e metto la bici sul treno. Livorno e poi via sul mare verso la Sardegna.
L’ultima immagine del viaggio per me è questa.

Una faticosa e impervia salita verso una nebbia che ci nasconde un futuro incerto ed angosciante.

verso Le Grazie e l’ignoto
il corto del viaggio

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