L’altro processo

Un amico una volta mi disse: le stesse cose, ritornano. E io ci credetti, con quello slancio giovanile delle idee, quella professione immediata di fede, quella lontananza apodittica da ogni dubbio… in breve: con quella completa ignoranza in cui consiste la meravigliosa età dell’oro dell’adolescenza. Quella sì, destinata a non tornare, a dispetto dell’assunto. Qui, seduto sullo scranno di questo ignobile tribunale, questa folla di occhi piantati su di me, su questo gracile corpicino che non sembra capace di reggerne l’impatto inquisitorio, finalmente comprendo quel che prima pensavo ingenuamente di poter insegnare.Qui, senza nessun alleato, nemmeno prezzolato, in mezzo al vociare dei beoti e farisei, ritrovo la voce di quell’amico e tutto si chiarifica, tutto si autocompone come un mosaico dotato di vita propria. Il tempo si dilata in una relatività generale comprensibile anche a noi del popolo, e la memoria, che è sempre stata sull’uscio, lo spalanca e irrompe come una diga che cede.C’è un’altra forza nell’universo, oltre a quelle riconosciute oggi concordemente dai fisici. Alla forza di gravità, all’interazione nucleare forte e debole e a quella elettromagnetica, va aggiunta quella forza che costringe un evento, una volta concluso, a riafferrare coi denti la propria coda e riproporsi di bel nuovo. La forza di ripetizione. Anche allora stavo là, una sedietta accanto alla cattedra inutilmente immensa, quasi a voler compensare la vastità dell’ignoranza dell’occupante con l’area della fòrmica celestina. Lei giganteggiava accanto, come un Cerbero ribaldeggia con un cucciolo inoffensivo.La maestra, Vanna Pazzona, nell’urgenza di un’autocelebrazione verista, ci raccontava di come avesse partecipato più volte in veste di giurato popolare ad autentici processi. L’anima ci scommetterei, se l’avessi, che si trattò di una volta sola e più che fortunosa, semmai fu vero. Comunque, verità o menzogna che fosse, era irrilevante: ai nostri occhi infantili, quello appariva come un manto di adulta ufficialità steso sulla nostra povera vicenda di bimbi. Improvvisamente, il mondo color pastello dell’infanzia con quel paragone si inondava di nero inchiostro di cancelleria giudiziaria: i fantasmi prendevano corpo, i muri del giardino crollavano e il voluto effetto terrore montava. Pazzona. Nomina sunt conseguentia rerum, si dirà. All’epoca estraneo m’era Dante e anche il latino, dunque questo sole di evidenza misteriosamente non poteva scaldarmi. Mai mi venne in mente quel che da se stesso urlava: pazza, Pazzona. Come quando ripetiamo una parola decine di volte, in autistica ecolalia, e magicamente il significato trasloca altrove, lasciando il suono orfano e nudo. E noi lì, con quel suono fra le labbra senza più senso alcuno, ci sentiamo come ripieni di un materiale alieno, occupati in un atto senza più spiegazione.Nel caso di pazza Pazzona, il reagente che aveva reso volatile il significato era l’autorità estetica di quella figura. I capelli da Medusa folti e brizzolati, i lati della bocca cadenti come quelli di un molosso, gli occhi mai sfiorati dal velo dell’intelligenza, il sorriso privo di qualsiasi benignità che scopriva denti abbandonati ormai dalle gengive, ritiratesi quasi a voler sfuggire alla ferina corresponsabilità, il trucco da vecchia meretrice incapace di uscire dalla parte. Ne ricordo ancora l’olezzo con disgusto, una volta che mi invitò a sedere sulle sue gambe ricoperte di una triste e grigia gonna in lana cotta. Altalenante fra la canfora e i profumi da supermercato, note di minestrina e legno tarlato.Noi, poveri infanti irrilevanti, come potevamo anche solo pensare di dare della pazza a questa rappresentante della Verità indiscutibile, della bontà istituzionale, alla sorgente di ogni scibile? Dare della pazza a questa autentica folle maniaca? Come potevamo riconoscere che già il nome diceva tutto e non c’era bisogno di aggiunger nulla? Il suo intento doveva essere quello di estirpare, fin dal suo primo germoglio, qualsiasi istinto di associazione e cooperazione a delinquere. La ragione infatti del mio trovarmi lì in veste di imputato era la mia posizione di capobanda di una delle due fazioni nelle quali la classe si era divisa.Costretti in quattro squallide mura per la maggior parte del tempo, circondati dall’Angelo Custode del mattino e in incalzante successione Padre Nostro – Ave Maria – Eterno Riposo di mezzogiorno, precluso anche il misero, scorticato e cadente cortile, riacchiappati dai genitori capò all’uscita di scuola senza alcuna possibilità anche di far solo pochi passi fuori dalla giurisdizione di un’autorità, il nostro dividerci in due bande fu un tentativo di evasione dalle particolari caratteristiche di astrazione e virtualità.Come un carcerato per non impazzire cerca di esercitare la sua intelligenza su qualsiasi cosa possa nascondere una ratio segreta – le dinamiche comportamentali di un ragno, la funzione che regola la frequenza di caduta di una goccia da un rubinetto che perde, le particolari modulazioni del russare di un compagno di cella – senz’altro praticabile obiettivo, scopo di ogni banda era scoprire il nome della banda rivale. Contromossa speculare era quella di seminare false tracce, per indurre la rivale in errore e farle scoprire un falso nome.Per anni mi ha affascinato la genialità, di uomini giovani di solo pochi anni, di distillare tutta un’attività negata di guerriglia e combattimento in una simulazione così enigmistica come scoprire un nome, una parola. E ancor più paradossale mi appare oggi, se penso a come ci sfuggiva così platealmente l’essenza significante del nome della maestra, essenza che rannicchiata in quel pugno di vocali e consonanti aspettava un’ovvia levatrice che tardava ad arrivare. Per comprendere le nostre ore trascorse lì, potevamo attingere ad un nome che stava di fronte a noi in tutta la sua luce e chiarezza, ma per dar senso alle nostre giornate cercavamo ancora un nome, questa volta inventato e nascosto ad arte.Il nome rivelato, introvabile nel suo rilucere palese. Il nome occultato, attorno al quale ci affannavamo inquieti ed eccitati dal rovello dell’agonismo.E tutto si svolgeva durante la normale giornata, in presenza del folle coagulo di senso che era appunto quell’aborto di insegnante. Ogni occasione era sfruttabile: ogni visita al bagno, ogni cartaccia da buttare, ogni pellegrinaggio alla lavagna, ogni richiesta di penne gomme matite fogli in prestito, erano un modo per seminare tracce di un falso nome della propria banda. In effetti, vista la quasi impossibilità di scoprire il nome della banda rivale (a meno di delazioni e cambi di casacca) tutto il lavorio era dedicato ad indurre questa in errore e suggerire un falso nome della propria, facendo volutamente intercettare fasulle comunicazioni, perse o lasciate incustodite a bella posta. La manipolazione dell’informazione, un tassello fondamentale nella tattica della guerra moderna e non, re-inventata e praticata in modo perfettamente coerente e puntuale da bambini di 8 anni, come un bonsai riproduce foglie, fiori e frutti dell’albero che è costretto ad imitare, perché privo della libertà di esserlo. Ora, mentre noi eravamo impegnati in questo cruciverba altamente posizionale, in questa esercitazione di abilità che a qualcuno sarebbero state utili nella vera guerra a venire, quel livido accesso di rabbia chiamato maestra, non capendo nulla e scoperto il divertimento, l’istinto che ebbe fu quello di distrugger tutto. E così fece.Scoperta la mostruosità e l’abominio, rispettò ovviamente la catena di comando e ne fece a parte il Direttore, non senza prima terrorizzarci con promesse di pena e dannazione eterne. Questo direttore era probabilmente un uomo bonario e nient’affatto autoritario: ne ho un ricordo vago ma innocuo. Probabilmente si fece alcune grasse risate e rispedì la maestraccia al suo lavoro, se così si può chiamare. Immaginando un dialogo, come puro esercizio di stile, lo si potrebbe cadenzare così: — Direttore! è successa una cosa scandalosa, inimmaginabile, di una gravità eccezionale. Oh, mio Dio… — Ma si calmi, Vanna, si calmi! Che ragione c’è mai di scombussolarsi tutta così? Ch’è accaduto? — Ah, Direttore! Dice bene, Lei, ma qui stavolta io non so davvero che fare… questi ragazzi… ne hanno organizzata una tremenda, davvero dei degenerati, e già così piccoli! — Ma si calmi adesso, e mi dica una buona volta! Ecco, beva un bicchier d’acqua! — Ebbene… grazie, sì… ne ho bisogno!… come posso dirle, io veramente non mi capacito… han formato delle bande! Due bande, capisce? E, non so… si combattono, rivaleggiano, si fanno la guerra insomma… due bande, capisce? Bande! — Bande, sì, ho capito, ho capito. Tutto qui? Ma che hanno fatto? C’è dell’altro? — Ma come “dell’altro”? Che, non le sembra abbastanza? Quelli dovrebbero pensare solo a studiare, star composti, fare i bravi, dire le preghiere con partecipazione, e invece mi si mettono a formar delle bande! Come fossero dei banditi! Eh, già! Si comincia così, che crede? E’ da poco che hanno smesso di succhiarsi il dito, e già son lì che si accapigliano, si organizzano, se le danno di santa ragione… e sempre peggio, magari vorranno comandare loro, faranno gli altezzosi e non gli si potrà dir più niente… “fai questo, fai quello, vai lì, stai là, fermati”.. macché, niente! Mi sghignazzeranno in faccia senza rispetto, se la rideranno di me, di Lei… senza rispetto… finirà che mi cacceranno dall’aula, saliranno in cattedra, vorranno comandare loro… e passeranno alle altre classi, una dopo l’altra, un contagio, un’epidemia, si prenderanno la scuola, e allora forse cacceranno anche Lei, signor Direttore… toccherà chiamare la Polizia, ma chissà se riusciranno più a far niente… finirà tutto a schifìo e magari ci sarà già scappato il morto! Riformatorio, comunque, assicurato! — Ma… Vanna, via! Ma non esageri, ora! Non si faccia prendere dall’ansia! Ma non c’è ragione di fasciarsi il capo così… qui non è ancora successo nulla e già Lei ci vede il morto! E certo, sì… beh, certo… studiare, devono pensare a studiare… non lo nego, ha ben ragione Lei, signora Maestra, però… son bambini, fanno giochi da bambini… — Ma che bambini e bambini, signor Direttore! Ma qui mica si parla di nascondino, acchiapparella, girotondo, mosca cieca e cose così! Questo è tutt’altro, Dio mio, è tutt’altro! Ma io lo so chi ha iniziato tutto, la conosco la sorgente! Ah, non mi è mica mai piaciuto quel ragazzino lì, quel biondino slavatino, gracile gracile, sembra così innocente ma è così infido, l’avrà montata lui tutta la faccenda, li avrà messi su lui, gli altri, attizzati per bene, uno ad uno, è un diavolo in erba, quello lì…! Il diavolo in erba ovviamente ero io. Infatti, tra tutti i componenti delle due bande rivali e dei due capobanda, l’unico ad esser processato fui io.E’ nelle cose: il capro non è mai tale al plurale, ma sempre in solitaria ad espiare il fardello della vergogna di tutti. L’altro, un certo Lele, un bambino un po’ disadattato ma molto sveglio, con una particolare vocazione per l’aritmetica, anche lui sull’esile come me e con certi capelli lisci femminei a caschetto, non subì mai l’imputazione e l’ignominia di veder sfilare i testimoni accusatori di fronte a sé. Pazza Pazzona doveva provare un pungente sospetto, una particolare acredine nei miei confronti, e veramente non saprei dire il perché. Ero un bambino piuttosto sveglio, ma non in maniera arrogante o polemica. Forse che la mia vena contemplativa la irritasse? E’ possibile. Mi ricordo che sempre, quando il tema dei “pensierini” era libero (già questo diminutivo mi è sempre stato fastidioso, eloquente di come cerchino di sminuirti fin da piccolo, facendoti interiorizzare la minutezza: che ragione c’è mai di chiamarli pensierini? Son pensieri di un bambino di otto anni, punto. Valgono quel che valgono, non per questo sono -ini, come a quarant’anni non sono necessariamente pensieroni), li dedicavo sempre e solamente agli animali, di varie specie e famiglie ma solo quelli viventi in libertà e in ambienti il più possibile diversi dal nostro. La risalita dei salmoni e il loro slalom per la vita fra orso e orso. Lo sprint del ghepardo verso le terga della gazzella. La danza amorosa dei galletti di roccia per conquistare la femmina. Le fatiche scavatorie della testuggine liuto. E via dicendo. Per l’età ero un esperto, grazie alla cultura che mi facevo incollato per ore allo schermo ad assorbire come una spugna i documentari naturalistici, alla mole imponente di libri illustrati sul tema, e alla mia esperienza sul campo d’estate sperduto nella macchia mediterranea, quando mi davo a divellere enormi pietroni ed analizzare meticolosamente la fauna entomologica e rettile che ci trovavo sotto.Che questa mia latitanza da temi più edificanti, più teneramente umani, più sociali – che so… il babbo e la mamma si abbracciano, la gita pasquale, natale in famiglia, gli anziani ai giardinetti, la tua prima buona azione – le provocasse per me un’antipatia che attendeva solo un’occasione per esercitarsi compiutamente? A tutt’oggi non saprei, e non importa poi molto. Importa che ero lì, seduto alla sinistra della cattedra, e davanti a me sfilavano i testimoni, chi più chi meno pronto ad accusarmi di orribili nefandezze. Immaginate la scena: questo bimbino minuto, immobilizzato dal terrore, consapevole del colpo che sta per abbattersi su di lui ma ancora incredulo che si abbatterà veramente (come possono queste mura così familiari trasformarsi nel corridoio di un macello?), col suo grembiule blu, il colletto tondo bianco e il fioccone rosso, a fianco della cattedra quasi più alta di lui. Pazza Pazzona, col suo trucco antico egizio, chiama i testimoni in piedi accanto a lui e li interroga. Al lato opposto, nei banchi davanti alle finestre, due bambine sono in lacrime: una a tali singhiozzoni che le impediscono di pronunciare una sola parola, l’altra con lacrime silenziose che colano dagli occhi scuri e tristi mentre lei quasi non si muove. Scene di ordinaria educazione elementare di un’Italia sfiorata a malapena dalle teorie montessoriane. Queste due bambine meritano qualche capoverso a parte, perché fra tanta abominevole viltà, le loro personcine risaltano come ninfee fra la melma.Erano le donne del capo. Normalmente io sedevo fra loro, Crizia alla mia sinistra, Malaura alla mia destra. Le avevo elette le mie donne, e mai, mai ebbi la benché minima predilezione per una delle due a discapito dell’altra: mi furono sempre care entrambe. Il che non mi impediva ogni tanto di occhieggiare una terza, Ertina, che mi affascinò subito con il suo accento non autoctono e i suoi modi piuttosto diversi dai nostri, di famiglia lombarda o giù di lì. Ma poi tornavo sempre da loro, le mie donne d’ordinanza, con le quali l’intimità era già più domestica e rassicurante.Una volta, alle prese con sfrenati giochi in pineta, mi gettai da una casetta costruita su un alto albero, con il solo aiuto di una corda. Dovevo esser stato influenzato da irrealistici cartoni animati, dove si vedevano ragazzetti dalla forza sovrumana che incuranti di tutto si lanciavano nel vuoto e poi proseguivano la loro corsa indemoniata, perché io strinsi la corda aspettandomi di arrivar giù sano e salvo come dentro un ascensore, plasticamente frenato da chissaché. Invece mi piantai come un chiodo nello strato di aghi di pino, i palmi delle mani completamente scorticati ed una rinnovata consapevolezza della gravità e delle sue conseguenze.Ebbene, stetti almeno una settimana in classe con le bende che mi impedivano di scrivere, e quando si trattava di cambiarle, Malaura, teneramente e con una perizia da infermierina, mi aiutava a farlo. Questa intimità talvolta mi irritava e mi rendeva scostante, lo ammetto: l’ingerenza nella personalissima sfera della cura della mia temporanea infermità mi sembrava intollerabile, quasi un preludio ad una futuribile confidenza sessuale, e allora le acchiappavo la benda dalle mani e finivo il lavoro goffamente con le mie malandate. Forse il piacere che provavo nel sentirmi accudito così da un’estranea era troppo e troppo incomprensibile, ad un certo punto non ne potevo più: il piacere si mutava in imbarazzo. Ancora oggi penso però a quelle attenzioni con nostalgia e voluttà, e con sincera gratitudine per la sua dedizione. Ertina, dicevo. A lei è legato un episodio talmente sconcio e orrendo, da fare il paio con quello principale narrato qui. A ben vedere entrambi gli episodi hanno una radice comune, molto ben evidente a chi ha una preparazione clinica che funga da occhiale rivelatore, ma nascosta a chi per natura non sospetta e non è divorato dal tarlo del dubbio. Ci sarà tempo per parlare a fondo di questa radice.Di Ertina mi ero veramente infatuato. Il suo charme esotico era irresistibile per me, ma non era solo questo. Già a otto anni mi affascinava esattamente lo stesso che lo avrebbe fatto anni e anni dopo: il sorriso senza pieghe e risvolti, gli occhi vivi e luminosi. Quale tributo e omaggio a tutta questa magnificenza vitale, le offrii ovviamente dei doni, nel tentativo di ingraziarmela, sebbene non avessi le idee molto chiare sul cosa fare dopo, se avessi ricevuto la sua approvazione e benedizione. Il dono era costituito da alcune statuette di legno pitturate, molto stilizzate, dotate di un piccolo cordino per appenderle all’albero di Natale. Gliele feci avere accompagnate da una letterina, il cui contenuto ho dimenticato, ma che era una vera e propria dichiarazione.Fatto sta che tale Ertina aveva quel che si dice una compagnetta preferita, l’esatto contrario di lei: infida, furba, malevola. I suoi tratti aggressivi e pronunciati si condensavano in un contrasto espressionista al quale non riuscivo ad abituarmi: i suoi capelli erano lunghi e biondissimi, forse ossigenati, cosa che per una bambina di quell’età già poteva indicare una patologia familiare, mentre le sue sopracciglia erano folte e scure. Impossibile non solo fidarsi di una bambina così, ma anche solo avvicinarla. Ed era proprio lei il cane da guardia della mia bella, il Cerbero alla catena che vegliava sulla sua innocenza, pronto a sbranare chi ne veniva attratto.Tafania il suo nome, riuscì non so come ad intercettare la letterina che avevo inviato alla mia adorata, sicuramente con un semplice furto basso e volgare. E una volta nelle sue mani, letta la corrispondenza e realizzato che si trattava di Amore nelle sue prime, assai acerbe scorribande, fece come quei cacciatori che si appostano lungo le rotte di migrazione dei grandi stormi, per cogliere in fallo gli uccelli che tuttavia non possono evitare di passare proprio lì. Consegnò il foglio compilato per un fiorellino di campo ancora non sbocciato ad un mazzo secco e impolverato di arbusti puntuti: consegnò la missiva alla pazzapazzona maestra.Domande. E’ sano porsi domande, è insano evitarle. Porsi domande non fornisce garanzie sul ritrovamento delle risposte, ma bisogna correre il rischio di ritrovarsi per le mani una domanda frustrata. Una domanda vagante ci rende comunque individui più degni e interessanti di quando quella scintilla ancora non era scoccata. La contemplazione afona ha sempre avuto un fascino assai limitato per la mia immaginazione.Perché Tafania, constatato che la lettera non era per lei, non l’ha consegnata al destinatario, sua compagna di banco? Perché, invece di lasciarla dov’era, ha creduto di doverla consegnare alla massima autorità presente? Doveva averci visto una colpa, un’azione spregevole ed esecrabile. Ma quale? In quella lettera io altro non esprimevo che un’inclinazione positiva, un’attrazione verso un altro individuo, non offese o male parole. Allora perché? Qual era il delitto che lei voleva denunciare? Quale il malanimo da condannare?Un educatore che riceve una delazione di questo tipo, con la dovuta cautela per non traumatizzare il delatore, che probabilmente a quell’età è ancora animato da una malata buona fede, interviene appunto sul latore della delazione, prima per capire e poi per smussare. Ma questa è una storia vera di un’Italia del 1980, non un trattato di pedagogia. E lei era una pazza maniaca, che invece di essere in trattamento analitico obbligatorio si ritrovava per le mani una trentina di giovani uomini e donne, che avrebbe tentato di distruggere per sempre, come macerie era lei e la sua assurda vita. Ottenuta la lettera dalla spia, che la informò sull’autore e il destinatario, concesse questo cappello introduttivo alla pubblica lettura che ne fece pochi istanti dopo: “Perché Salmo è uno stupido!” La sensazione che ebbi durante l’infame lettura che mise in mostra l’intimità che mi ero strappato di dosso, per consegnarla ad un altro con cieca fiducia, fu quella del calzino rivoltato: il fuori, dentro; il dentro, fuori. Un liquido caustico scendeva dalle orecchie che ascoltavano e mi riempiva; ma nel bruciore avevo la lucidità di domandarmi: cosa potrebbe mai avvenire dopo questa lettura, se non la fine del mondo? E come potrei sopportare che il mondo continuasse?Ma la fine del mondo non arrivò, e dovetti fare i conti con tutta la mia ingombrante sopravvivenza. In mezzo agli altri che ormai sapevano, la pazza che sapeva, e lei, la bella, che ormai, avendo saputo della mia anima nel modo peggiore, come tenendo fra le mani un fiore malandato passato prima fra mille altre, non avrebbe potuto che vergognarsi di aver ricevuto una quota di quel marchio di ignominia.Forse fu quella la prima volta che mi scontrai con un concetto, conseguenza di un fatto: la combustione della possibilità. Lo stringere cioè fra le dita qualcosa di buono, di promettente, ma sciupato da un parto prematuro, avvenuto senza la preparazione che avevamo pianificato, sfuggito al lento stratificarsi che avevamo congegnato. Credo di aver interiorizzato questo furto, questa sottrazione di un disegno, trasformando l’esperienza in una futura volontà a non riconoscere come mia un’azione nella quale chiunque si fosse immischiato in modo disarmonico al mio progetto. Ed in questo ho fatto del mio meglio per rendere, non dico oro, ma quantomeno bronzo, quello sterco che quel giorno avevo ricevuto in dono. Torniamo dunque a me, al diavoletto in erba, più inchiodato che seduto sullo scranno del disonore, alla mercé della requisitoria, dell’accusa, dell’imminente condanna.Davanti a me sfilano volenterosi testimoni, disposti a tutto pur di compiacere il giudice istruttore. Immobilizzato, li osservo come brandelli di destino che piovono inesorabili dal cielo.Uno di questi risalta sullo sfondo in modo particolare. Si tratta di una donna. Non dico una bambina, perché un essere animato da tale adulto sadismo ha evidentemente bruciato le tappe dell’età evolutiva.Quando in epoche lontane un malcapitato accusato di stregoneria o affini veniva esposto alla berlina prima del supplizio, c’era sempre qualcuno particolarmente zelante e metodico nell’urlare l’accusa e anticipare per quanto in suo potere la punizione. La folla invaghita del dolore altrui sembrava aizzata da queste figure invasate, e poi diretta e condotta contro la vittima come un direttore d’orchestra innalza lentamente i musicisti verso il climax finale. Un’ebbrezza liberatoria sembrava agirli, una passione a cui non si risparmiavano. Con metodo e perizia incantevoli.Queste figure mi hanno poi sempre affascinato, nella loro oscura ma anche luminosa perversione, forse per il rapimento nell’osservare in modo ravvicinato un istante di autentica estasi orgasmica. E suppongo che questa fascinazione sia maturata in me proprio dal fatto di averne incontrata una in purezza così precocemente nella vita.Ulitsa non si trattiene più, non riesce a star seduta calma e tranquilla ad aspettare il suo turno di tirare contro di me la sua pietra. Si dimena, si dibatte come una biscia presa al laccio. La sua è una smania incontenibile, un fuoco che le brucia nello stomaco. Finalmente il giudice istruttore, compiacente e magnanimo, decide sorridente di assecondare questa sua ansia testimoniale e la chiama verso la cattedra. Ricordo come fosse ora i suoi occhi abbaglianti mentre galoppa come una cavalla eccitata verso di me e inizia la narrazione. Mi crederete? Non ricordo neppure una parola di quanto disse, né di quanto le venne chiesto. Ho rimosso tutti i contenuti dell’esame delle testimonianze, il ricordo che ne ho è di tipo pittorico, caravaggesco. Le figure della narrazione si muovono, assumono facce, espressioni, gesti, movimenti, sotto una luce opaca che viene dai vetri sporchi e dalla giornata uggiosa. E’ ora che inizia la scalata alla montagna del pianto. Fino a quel momento ero come una cisterna che lentamente si riempiva di lacrime, pronta a tracimare a momenti e inondare la stanza. Sentivo bene questo lago di lava che ribolliva e si prendeva pian piano tutta la scena. Era come se tutte le figure che mi ronzavano intorno, compreso il carnefice, si andassero sbiadendo poco a poco ma inesorabilmente, e si imponesse la realtà interiore del lago di lava come unico fatto tellurico di una qualche importanza. Sapevo bene come fosse impossibile imbrigliarlo e contenerlo, ma sapevo anche che non avevo altra scelta. L’istinto mi diceva che non potevo piangere, non dovevo versare neppure una lacrima. Ogni lacrima sarebbe stata usata contro di me, per tutto il tempo a venire. A pensarci, tutta questa messinscena doveva essere un’unica e grande tortura diretta ad un solo scopo: farmi scoppiare in lacrime e singhiozzi, e in base a quello condannarmi poi senza appello. “Vedete! Siete tutti testimoni! Ha pianto, non può essere che colpevole. Un innocente non piange, non ne ha ragione. Non gli brucia dentro il rimorso e il pentimento. Un innocente sta sereno e sorride, un colpevole non regge e si scioglie nelle lacrime della vergogna!” Dovevo resistere. A ogni costo. Non potevo cedere, non potevo permettermi di crollare. Ma ero solo. I pochi alleati ormai vinti e inutili. Nessuna arma in arsenale, nessuna via di fuga, nessuna possibilità di parare i colpi. Solo quell’unica voce che sola rimaneva a puntellare tutto l’edificio interiore in preda a tremiti violenti: non piangere! Non piangere. Fosse l’ultima cosa che fai prima di piombare nelle tenebre, non piangerai. Non te ne do il permesso. Sono io che comando, qui. Non questo mastodontico rigurgito di bava rabbiosa. Non questi stupidi soldatini che si godono il misero piacere di volerti schiacciato. Questi non contano nulla, non sono i padroni di niente. Solo io conto, qua. E non ti do il permesso di piangere. Sarebbe facile, lo so. Sarebbe una liberazione, come la cattura lo è per il latitante. Ma qui non è mica la distribuzione dei permessi premio! Non ci si alza e si va via come se niente fosse successo. Qui si sta e si regge al fuoco nemico. Qui non si scappa. Qui non si piange. Quasi non credevo ai miei stessi arti. Alle mie stesse budella, stomaco, polmoni, trachea. Alla mia gola. Quasi non credevo a che avessi resistito al pianto, ma era la verità. Dovevo interpretarlo come una vittoria? Era comunque qualcosa in quella direzione, senz’altro. Non proprio una vittoria, forse, ma un tenue argine alla vittoria degli altri. Era qualcosa di intenso, e pareva duraturo. Non avevo ceduto. L’intimità dei sussulti, delle smorfie, degli sfrigolii del dolore, non era stata messa in piazza. Era stata preservata come un uccellino delicato, difeso dalla tempesta nel cavo della mano. Ero uscito non-perdente dalla disfida della montagna del pianto. Gli occhi spersi in un vuoto relativistico. Non un moto a tradire il tuffo nel tempo, l’ardua relogifica di un dolore primitivo e fondante.Di sicuro pensano che mi sia inebetito. Che la mitragliata inquisitoria mi abbia come lobotomizzato del momento presente. Forse mi hanno rivolto qualche domanda. Aspettano da me una partecipazione a questo atto ufficiale che li conferma e li entusiasma. Non sanno che sto riannodando i fili della trama con quelli di un ordito altrove nello spazio-tempo.C’è una speciale conferma della corte, dei giudici, dei cancellieri, persino dei mobili, delle penne e carte processuali, che viene dalla attiva partecipazione dell’imputato al procedimento.Nel processo di Kafka c’è uno squarcio immenso, inspiegabile, irriconducibile ad alcunché, fra il secondo e il terzo capitolo. Uno dei buchi neri più incommensurabili della storia della letteratura. Alla fine del secondo, Joseph K. ride in faccia al giudice istruttore, lo insulta insieme a tutta la corte e la giuria e si fa beffe dell’interrogatorio. Esce dalla sala sbattendo la porta, come uomo libero. Mentre il giudice istruttore cerca di intimidirlo, ricordandogli quanto sia importante per l’imputato quell’interrogatorio a cui lui rinuncia. All’inizio del terzo capitolo, Joseph K. sta aspettando che gli venga comunicata data e sede dell’interrogatorio successivo.Quale baratro si è aperto fra una pagina e l’altra, quale virus invisibile è stato inoculato nelle vene del protagonista, capace da uomo libero di farlo prono alla macchina costruita contro di lui? Da altezzoso e orgoglioso primo procuratore di una banca importante, Joseph K. si trasforma in un malato cronico dal destino già scritto. Ha accettato la malattia, che per impossessarsi del suo corpo aveva bisogno solo di quello: che lui la accettasse. La riconosce, le dona lo status di esistenza, e da quel momento inizia l’evoluzione della sua perdizione.
Questa corte si attende lo stesso da me. Già una volta resistendo al pianto ho sottratto al giudice accusatore la sua legittimità. Aveva colpito duro, senza sospettare quanto coriacee fossero carni all’apparenza così tenere. E colpendo, si era stancato, esausto si era accasciato sullo scranno scuro e autoritario. Ritrovo qui oggi il senso profondo del déjà vu e la relogifica attuale di quella infantile resilienza.

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